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La guerra americana, è così che i vietnamiti chiamano quella che per noi è sempre stata la guerra del Vietnam. Punti di vista che dalle motivazioni del conflitto arrivano fino al nome.

Quando ho programmato il viaggio in Vietnam sapevo che avrei dovuto fare i conti con questo aspetto del paese, con una guerra che si è svolta quando non ero ancora nata, ma che la spettacolarizzazione del cinema americano ha fatto vedere a tutti, però secondo il suo punto di vista. Adesso invece ho l'opportunità di conoscere quello del vincitore.

Per questo sono qui, su un autobus con scritto DMZ a caratteri cubitali sulla fiancata. Un autobus dove trascorrerò molto più tempo a bordo che fuori.

La zona smilitarizza era stata creata all'altezza del fiume Ben Hai, sfruttando l'idea di divisione del paese venuta in mente già a Stati Uniti, Gran Bretagna e Unione Sovietica nel corso della seconda guerra mondiale, quando l'unica preoccupazione erano i giapponesi, quando nessuno aveva ancora fatto i conti con i primi venti di libertà e voglia di indipendenza che soffiavano in Vietnam dalla nascita dell'Indocina.

 

 

Con la cacciata dei francesi nel '54 il paese viene diviso in due all'altezza del 17° parallelo: il nord comunista e il sud libero. Torna in uso il Sentiero di Ho Chi Minh, anche questo un'eredità del periodo francese.

La Demilitarized Zone doveva fare da cuscinetto tra le due metà del paese, essere una specie di zona franca, invece, quando iniziò il conflitto con gli americani, fu colpita da tonnellate di bombe, perché c'era il sospetto che gli abitanti dei villaggi aiutassero i vietcong.

Ancora oggi si contano all'anno più di un migliaio di vittime per le mine inesplose, circa il doppio il numero dei feriti; ancora oggi la vegetazione è compromessa dall'azione degli agenti chimici che il terreno ha assorbito negli anni del napalm e dell'agente arancio.

 

 

Vinh Moc, un villaggio sulla costa, fu colpito da così tanti bombardamenti che i suoi abitanti, esasperati, in un anno e mezzo costruirono un intrico di tunnel sotterranei e ci si trasferirono. Dapprima scavarono a dieci metri di profondità, ma le bombe riuscivano ad arrivare parecchio sottoterra, come dimostrano i tanti crateri presenti in superficie. Quindi sono scesi più giù, e hanno scavato tunnel su tre livelli, fino a raggiungere i due chilometri di lunghezza e ventitre metri di profondità. Il numero preciso di persone che visse sotto terra per un periodo di cinque anni non è dato sapere con certezza: c'è chi parla di sessanta famiglie e chi addirittura di un centinaio. Più in accordo il numero dei bambini nati in questa condizione: diciassette. Uno di loro oggi è il custode del museo.

 

 

Finalmente l'autobus si ferma e a piedi percorriamo un vialetto tra le canne di bambù; siamo vicino al mare e si sente. Scorgiamo qualcosa che somiglia a un'entrata e le dimensioni ridotte un po' ci preoccupano: siamo pur sempre in viaggio con un bambino piccolo e se scendere in questi tunnel dovesse essere troppo impegnativo per lui avremmo fatto il viagggio per niente. Continuiamo verso la biglietteria e notiamo dei capanni: alcuni coprono i pozzi che servivano a prendere aria; altri le entrate vere e proprie.

 

 

 

 

Alla biglietteria c'è un piccolo museo con delle fotografie che testimoniano il periodo; un plastico dei tunnel e alcune cartine appese al muro illustrano la struttura che si sviluppa su tre livelli con le varie stanze adibite a cucina, dormitorio, bagno, ospedale con sala operatoria e sala parto, scuola. C'erano anche i punti di osservazione. Un vero e proprio micro mondo ridotto all'essenziale ma completo. Le famiglie che scendevano nel tunnel non risalivano per dieci giorni e dieci notti.

 

 

 

Queste gallerie non sono le uniche della zona, sono solo quelle costruite meglio e che hanno retto al peso delle bombe. I tunnel di Vinh Quang, un villaggio sulla foce del fiume, crollarono durante un bombardamento seppellendo tutti coloro che si trovavano all'interno.

 

 

Seguiamo la nostra guida oltre l'entrata e piombiamo nel buio; solo dopo qualche istante l'occhio si abitua e la tenue luce elettrica definisce i contorni. Le gallerie non erano illuminate ai tempi della guerra e si avverte chiaro il senso di oppressione nel trovarsi a così tanti metri sotto terra, lontano dalla luce del sole.

 

 

Ai lati, piccole stanze interrompono la galleria e alcune, con ricostruzioni che strappano un sorriso, raffigurano una giovane coppia con un bimbo appena nato in braccio, o l'intimità di una serata in famiglia.

 

 

Provo a immaginarmi qui anch'io mentre fuori cadono bombe e dentro scricchiolano le pareti. A chiedermi quando finirà e se riuscirò ancora a vedere il cielo.

 

 

Passando davanti alla sala parto o alla scuola immagino bambini esattamente come il mio: bambini appunto. Provo vergogna perché appartengo ad una specie che ancora non ha imparato a sbrigarsela senza ammazzare. Provo un profondo senso di angoscia perché non ho il cuore leggero di quando volgo lo sguardo al passato che, seppur spaventoso, è comunque passato. Sono consapevole che mentre immagino di vivere l'esperienza altrui, qualcuno, da qualche parte del mondo la sta vivendo sulla sua pelle.

 

 

So che le bombe intelligenti non esistono; che le guerre sono sempre delle immani tragedie; che sono i più indifesi a pagare il prezzo più alto. Lo so io, lo sanno i bambini vietnamiti che nascono ancora con terribili malformazioni, e lo sa anche la piccola figlia di un soldato americano, dai boccoli biondi e il vestitino rosa, nata senza le braccia che sorride da una grande fotografia appesa al muro di un museo.

 

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