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Cosa significa scegliere la spiaggia adatta ai bambini? Per la maggior parte dei genitori vuol dire servizi, comodità e sicurezza. Per noi non proprio...

 

In questo post vi regalo un capitolo del mio libro Pondicherry is nice! che racconta quella volta che abbiamo dovuto attraversare una palude per fare un castello di sabbia.

* * * * *

Oggi abbiamo deciso che non torneremo alla solita spiaggia ma andremo alla famosa Elephanta Beach. L'autobus da prendere è sempre lo stesso, nonché unico, dovremo soltanto scendere un po' prima e sarà meglio chiedere a Ciak il castoro perché la spiaggia non è segnalata.

Perciò, appena montati, gli diciamo subito le nostre intenzioni e ci fa cenno di sederci e non preoccuparci, che ci dirà lui quando scendere. Naturalmente il mezzo è pieno e intorno abbiamo più o meno sempre le solite facce; tranne Loretta e Ada che non si sono viste nemmeno in paese. Saranno rimaste a letto oppure andate a un'altra spiaggia: peccato, avrei voluto invitarle a venire con noi.

Dopo le solite curve giungiamo in prossimità di una salita e l'autista si ferma per farci scendere, in quel momento la coppia che occupa il bungalow di fronte al nostro ci dà alcune indicazioni sul percorso: «Go straight and turn on right at the branch point».

E in sottofondo si sente una voce che traduce simultaneamente; abbasso gli occhi e vedo una tizia brutta da farti calare la vista, che si è auto nominata interprete. Il mio sguardo dubbioso si posa su di lei, ma poi torna subito ai due che ci stanno indicando la strada: avrò tempo in futuro per mandarla a quel paese.

Ci incamminiamo subito lungo un sentiero che conduce dentro una fitta boscaglia; il prato che attraversiamo è verdissimo e il cielo di un azzurro infinito. Si sentono cantare una grande quantità di uccelli e si respira un'aria diversa: il profumo della giungla è quanto di più bello ed evocativo abbia mai sentito il mio naso. Presto il prato lascia il posto all'infittirsi della vegetazione; il sentiero continua a snodarsi chiaramente davanti a noi; tutto intorno sempre più silenzio.

«Quanto ha detto che ci vuole quel tipo per arrivare alla spiaggia?»

«Una buona mezz'ora, anche quaranta minuti di cammino».

«La strada comunque è giusta?»

«Ma sì certo! E' l'unica, a parte l'incrocio all'inizio dove ci hanno detto di prendere a destra», tranquillizzo Graziano che, come sempre, dopo un po' che non vede segni tangibili di strada esatta, inizia a preoccuparsi.

Nel frattempo neanche a dirlo che Francesco ha cominciato a lagnarsi del troppo cammino e, ben presto, finisce sulle spalle di babbone, mentre io porto lo zaino con acqua e viveri per la giornata. Ormai il sentiero si restringe sempre più, schiacciato dalle chiome degli alberi che si toccano in cima, dando l'impressione di camminare sotto una volta di rami; il percorso diviene sconnesso per le troppe radici che si intrecciano sotto i nostri piedi, facendoci inciampare di quanto in quanto. Graziano deve fare attenzione anche ai rami più alti perché Francesco potrebbe prenderli in pieno volto dalla sua posizione; per questo motivo cammina davanti a me, cosicché possa dirgli quando abbassarsi: diventa sempre più difficile. Ad un tratto incrociamo un paio di persone e questo un po' ci tranquillizza sulla correttezza della strada, non solo, sono proprio loro a dirci che siamo quasi arrivati.

 

havelock con bambini

 

Ancora altro cammino finché non giungiamo in prossimità di un acquitrino; la giungla ormai è alle nostre spalle e siamo senz'altro in prossimità del mare. Con lo sguardo cerchiamo un punto dove poter attraversare senza doverci immergere nella palude: non troviamo nessun posto migliore rispetto a un altro e quindi iniziamo la traversata senza indugiare oltre.

Lo schifo che proviamo camminando nella melma è indescrivibile: è come se sprofondassimo nelle sabbie mobili e ogni passo è un'immersione nel fango più completa. Non solo, è impossibile tenere i sandali, perché si fanno troppo pesanti al momento di sfilare il piede dalla palude per fare un altro passo. Perciò via le scarpe: la sensazione schifosa diventa totale, senza più nemmeno l'impressione di essere in qualche modo protetti da una suola. Francesco è sempre sulle spalle di Graziano, che per tutto il peso sprofonda ancora più giù che se camminasse da solo.

Oltre alla melma ci sono anche delle viscide conchiglie che infittiscono sotto i nostri piedi sempre di più; sto pensando anche all'eventualità di qualche coccodrillo salmastro, e scandaglio la riva della palude costantemente con lo sguardo. Nessuno dice più una parola: siamo troppo impegnati a staccarci le lumache dai polpacci.

 

palude elephanta beach
- la palude da attraversare per arrivare in spiaggia -

 

Dopo un po' la consistenza del suolo cambia e diventa sempre più compatta, fino ad asciugarsi e diventare sabbia: siamo arrivati in spiaggia.

Indubbiamente la fatica di tale percorso è ricompensata ampiamente dalla splendida spiaggia e lo splendido mare che ci si para davanti; è un posto raccomandatissimo per lo snorkeling e restiamo in acqua tutto il giorno. Oltre a noi c'è una donna con due bambini più grandi di Francesco ma di poco: ci era sembrata un'impresa ardua per noi tre, figuriamoci per questa mamma con ben due figli. Allora forse abbiamo attraversato la palude nel punto sbagliato, e Graziano va a fare un giro di perlustrazione, in modo da trovare un passaggio magari un po' più asciutto.

Sul versante opposto della baia, un padre sta insegnando ai figli come pescare con delle lance di ferro, infilzando direttamente il granchio che si trova nella sua tana. E ai piedi delle mangrovie è pieno delle loro tane scavate, l'ho notato mentre attraversavamo la palude.

Elephanta beach Havelock
- Elephanta Beach -

 

I coralli che rendono tanto famosa questa baia sono però stati duramente colpiti dalla furia dello tsunami, che qui è stato particolarmente violento, riversando sulla costa non solo le sue acque ma anche una serie di detriti colpevoli di aver scalfito soprattutto gli esemplari di brain coral. Inoltre pare che venga praticata la pesca con la dinamite, anche se non notiamo nessun segno particolare di questa triste consuetudine, immergendoci in tutta l'insenatura: è probabile che sia diffusa solo lungo le baie accessibili via mare. Quello che invece non passa assolutamente inosservato è il danno che le barche, sia di pescatori che di turisti, fanno ogni qual volta attraccano l'ancora, troppo spesso in corrispondenza dei coralli, che hanno veri e propri solchi ben visibili soprattutto nella parte più bassa della barriera.

 

elephanta beach havelock island
- Elephanta Beach con la bassa marea -

 

Poco più in là, tre pescatori di granchi esercitano la loro arte lanciando la rete sugli scogli, possibili nascondigli dei crostacei. Nuotando con la maschera abbiamo notato che parecchi coralli sono stati danneggiati da questa pessima abitudine e, via via che la marea cala col passare del giorno, i pescatori si spingono sempre più lontano dalla riva, potendo camminare sugli scogli affioranti, giungendo fino alle prime formazioni coralline e passandoci sopra. Adesso: è probabile che vadano sensibilizzati sulla questione che i coralli sono forme di vita che crescono molto lentamente, che sono un patrimonio dell'umanità che si sta sempre più assottigliando, che distruggendoli si compromette un intero habitat, e via di questo passo. Ma, nell'immenso menefreghismo del genere umano verso l'ambiente e la natura, tra le petroliere che riversano costantemente nel mare, tra la pesca intensiva che ci ha fatto dimenticare la stagionalità del pesce così come di frutta e verdura, e nella più ampia considerazione del mare come grande discarica di tutte le schifezze prodotte dall'uomo e come riserva di cibo illimitata, considerando tutto ciò non me la sento proprio di condannare questi tre ragazzini che, pescando granchi, sopravvivono insieme alle loro famiglie.

 

andaman fishermen
- i tre ragazzi pescatori pronti a lanciare la loro rete -

 

«Com'è andato il giro di perlustrazione?»

«Bene! Ho trovato un'altra strada da fare per tornare indietro: credo che la famigliola sia passata di lì».

«Davvero, che umiliazione! Lei con due figli è venuta quaggiù, e noi crediamo di aver compiuto chissà quale impresa!»

«Beh, di certo non li ha dovuti portare sulle spalle!»

«Giusto, è un dramma che Francy si stanchi così presto di camminare».

«Dillo a me! Ho la schiena a pezzi. E' stato molto faticoso portarlo su questo terreno e credo che il ritorno sarà ancora peggio».

E proprio mentre stiamo parlando la mamma e i due bambini iniziano a raccogliere le loro cose per andarsene; ma a noi sembra ancora troppo presto: in fondo occorre soltanto mezz'ora per riattraversare tutta la giungla e tornare dove ci ha lasciato l'autobus.


 

Ora però comincia davvero a essere tardi e decidiamo di riprendere la via del ritorno. Scendiamo lungo la spiaggia fino a metà; da lì si apre uno spiazzo che congiunge la sabbia alla palude, più asciutta per il calare della marea.

«Vedi? E' da qui che dovevamo passare; noi invece siamo passati lateralmente e quindi abbiamo allungato per arrivare alla spiaggia. Quando ho perlustrato la zona sono andato diritto e mi sono ritrovato all'imbocco del sentiero per risalire».

Così dicendo ci incamminiamo in questa specie di piazzetta paludosa, intenti a raggiungere l'altra sponda e quindi la giungla.

Arriviamo abbastanza presto dalla parte opposta, nonostante i cambi di direzione intrapresi per evitare di sprofondare troppo nel fango, come abbiamo fatto all'andata. Solo che, all'andata, dovevamo raggiungere la spiaggia, mentre invece adesso dobbiamo raggiungere un sentiero, un passaggio che taglia il muro verde di vegetazione che, impenetrabile, abbiamo davanti.

«Non vedo più il sentiero!»

«Come? Non è davanti a noi?» dico senza preoccuparmi troppo, fiduciosa del fatto che adesso Graziano si volta dalla parte giusta e riconosce la strada.

«Dobbiamo tornare indietro alla spiaggia, e ripetere il percorso senza deviazioni, come ho fatto io prima».

«Cosa? Dobbiamo tornare indietro? Ma non è possibile!»

«Ti dico che ho perso l'orientamento perché siamo andati a zig zag. Torniamo indietro finché le nostre impronte nel fango sono fresche, altrimenti non ritroverò mai il punto da dove siamo partiti». «E' da lì che dobbiamo puntare dritto fin qui; ma adesso è tardi per correggere la rotta e ho paura che ci allontaneremo ancora di più dal sentiero».

Per l'appunto ormai tutti sono andati via dalla spiaggia, non ci siamo resi conto che anche i pescatori sono risaliti.

Come ha detto Graziano stiamo tornando indietro, riattraversiamo la palude, il fango, le lumache e le tane dei granchi. Adesso siamo di nuovo al punto di partenza dalla spiaggia e riprendiamo il percorso puntando dritto verso la parete verde che abbiamo davanti; non solo, Graziano nota anche delle altre impronte che precedono le nostre: sono di piedi piccoli, probabilmente quelle lasciate dai pescatori che ci hanno da poco preceduti.

 

elephanta beach swamp
- in cerca di una via più facile -

 

 

Quando ci rendiamo conto di ciò aumentiamo il passo, per sfruttare questo percorso segnato prima che il fango, nel suo cedere naturale, lo nasconda. Intanto nella mia mente si sono accavallati i peggiori pensieri; prima di tutto quello per mio figlio: che cosa faremo se non troviamo più il sentiero per ritornare sulla strada? Cosa mangeremo e, peggio ancora, berremo, dovendo passare la notte in spiaggia? E soprattutto, adesso che sta diventando buio, incontreremo animali? Questo vale anche nel caso ritrovassimo il sentiero, perché saremo tutt'altro che arrivati, ma appena all'inizio di mezz'ora di cammino nella giungla.

Ma la fortuna ci assiste anche questa volta. L'idea di seguire le impronte lasciate dai pescatori è stata provvidenziale: davanti a noi, stavolta sporchi di melma fino alle orecchie, si intravede l’imbocco del sentiero in tutto il suo splendido mezzo metro di larghezza.

Dopo la gran paura di non riuscire a trovare la via per risalire, e dopo averla trovata, ancora non siamo a nulla. C'è da percorrere tutta la giungla fino alla strada principale, e da lì aspettare l'autobus che speriamo passi anche dopo il tramonto.

«Che tipo di animali ci sono da queste parti? Che so, tigri, o qualcosa di simile?»

«Ma niente! Che animali vuoi che ci siano? Sicuramente non si tratta di predatori dell'uomo».

«Passerà ancora l'autobus quando saremo arrivati sulla strada?»

«Ma che ne so! Spero di sì. Altrimenti prenderemo un risciò: passerà qualcuno!»

«Sì certo, come a Port Blair?»

«Anche se fosse? Potremmo tornare di nuovo a piedi; in fondo Francesco sulle spalle lo porto io mica te».

In effetti; anche a risalire dopo un po' gli è toccato riprenderlo perché non ce la fa a camminare da solo su per questa salita, almeno finché non arriveremo nel tratto più pianeggiante, ma per allora sarà già buio.

Via via che avanziamo le voci della foresta si fanno sempre più insistenti; cerco di pensare ad altro, come ad esempio a quello che mangerò stasera, sempre che si riesca ad arrivare in tempo per trovare ancora un ristorante aperto.

Mi torna in mente quella volta che mi sono persa nella periferia di Marsiglia insieme a una mia amica fiorentina, e soprattutto alla gran paura provata quando ci siamo ritrovate a vagare da sole fra strade tutte uguali, circondate da enormi palazzoni. Passavamo su marciapiedi serrati dalle macchine parcheggiate, con spesso qualcuno seduto dentro a fare non so che cosa. Finché non abbiamo chiesto un passaggio a una ragazza che stava aspettando i suoi genitori. Quando finalmente siamo arrivate al nostro ostello, la mensa era chiusa e noi ci siamo dovute accontentare di una mela in due come cena. Siamo andate a letto affamate ma contente di essere sane e salve; e dire che non siamo neanche particolarmente paurose, ma trovarci così al perso ci aveva fatto battere un po’ troppo forte il cuore.

Torno alla realtà ma senza guardarmi mai intorno, per evitare così di immaginare bestie feroci dietro a ogni cespuglio; di tanto in tanto alzo gli occhi dal mio percorso soltanto per guardare Francesco che cavalca le spalle del babbo.

Finalmente siamo arrivati, ormai è quasi completamente buio. Un gruppetto di ragazzine, che abita le case vicino al sentiero, ride non appena ci vede spuntare dalla giungla, sporchi di fango fino alle braccia. Un uomo si lava nell'esile corso d'acqua che costeggia la strada, gira intorno alle case e diventa più ampio scendendo verso il mare. E' lì che si insapona che è una meraviglia e a me viene in mente mia madre, quando racconta che da piccola, in tempo di guerra, andava anche lei a lavarsi al fiume.

Adesso è completamente buio e decido di accendere la torcia, e di spostarmi dal ciglio della strada per evitare di finire al fiume pure io. Siamo qui già da un po' ma dell'autobus nemmeno l'ombra; sono passati soltanto un paio di risciò e una motocicletta.

«Speriamo che il risciò torni indietro dopo che avrà portato a destinazione i passeggeri di turno».

«Ne dubito. Quello non vede l'ora di scaricare chi c'è su per poter andare a letto. Qui non è come in India, nel continente. Qui non gliele frega niente del cliente in più a fine giornata».

E mentre parliamo ecco che appaiono davanti a noi un paio di fari tondi.

«E' lui! E' l'autobus! Fermalo, fatti vedere!»

«Ma che mi faccio vedere! E' dall'altra parte della strada, ti sei dimenticata che qui guidano a sinistra? Questo sta andando alla spiaggia».

«E che importa, fermiamolo comunque; poi torniamo indietro con lui».

«Ma come faccio a fermare un autobus che è dall'altra parte? Mi lancio in mezzo alla strada? Stai tranquilla, adesso arriva alla spiaggia e torna indietro: fanno tutti capolinea al porto, non resterà tutta la notte in spiaggia».

Discorso logico che non fa una piega, soprattutto perché è davvero dalla parte opposta e io inizio ad essere un po' stanca.

 

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Pondicherry is nice!

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