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Il nostro viaggio in Vietnam ha fatto tappa anche a Hoi An, città dichiarata Patrimonio dell'Umanità dall'Unesco nel 1999. Inizialmente scelta dal protettorato francese come sede amministrativa, al momento del conflitto con gli Stati Uniti, la cittadina ha potuto contare su accordi speciali atti a preservarla dai bombardamenti. Per questo è una delle poche località rimaste così com'erano, che conserva ancora le case originali.

 

Si capisce subito passeggiando nella città vecchia, chiusa alle macchine ma purtroppo non alle motociclette. Dove le abitazioni in legno hanno ancora il simbolo rotondo sopra la porta che serve a proteggere chi vi abita; i portoni che si chiudono con assi orizzontali; le tegole del tetto piazzate concave e convesse per simboleggiare lo yin e lo yang.  

 

 

 

Proseguendo lungo le stradine lastricate del centro, si arriva al Cau Nhat Ban, il ponte coperto giapponese, edificato per riunire il quartiere cinese con quello giapponese. Di forma arcuata, colpisce soprattutto per le dimensioni ridotte; all'inizio e alla fine sono piazzate due statue che simboleggiano rispettivamente una coppia di scimmie e una di cani. Alcuni sostengono che questi due animali furono scelti perché la maggior parte degli imperatori giapponesi era nata in quegli anni; mentre altri dicono che le statue indicano l'inizio della costruzione del ponte nell'anno della scimmia, e la conclusione in quello del cane.

 

 

Accanto al ponte c'è un piccolo tempio che la leggenda narra sia stato edificato per onorare la memoria di un enorme mostro chiamato Cu, il quale, ogni volta che si muoveva, dava origine a enormi disastri in tutto il Vietnam. La creatura era talmente grande da avere la testa in India, il corpo in Vietnam e la coda in Giappone! Perciò capirete bene che dovevano pur fare qualcosa per arginare la sua furia, perciò fecero il ponte che doveva servire solo a tenerlo un po' più fermo. Ai vietnamiti dispiacque così tanto aver causato la morte di Cu che costruirono il tempio di Chua Cau per onorarne la memoria.

 

 

Il momento migliore pere visitare Hoi An è durante la luna piena, quando si festeggia la Leggendaria Notte di Hoi An, quando anche le motociclette sono messe a riposo e tutta la città è illuminata soltanto da lanterne di seta. Lungo il fiume The Thu Bon che delimita la città vecchia, una moltitudine di lucine viene fatta galleggiare sull'acqua, creando un colpo d'occhio che non lascia indifferenti.

 

 

La nostra scandalosa non programmazione di viaggio, non ci ha impedito di capitare da queste parti proprio per l'occasione, ma mi ha fatto riflettere su cosa ho rischiato di perdere! In futuro un'occhiatina alla guida un po' oltre la tappa del momento non sarebbe una cattiva idea.

 

 

Dopo avere quindi ringraziato gli dèi, decidiamo di goderci la festa e tutto il suo splendore. Lungo il fiume ci sono caratteristici ristoranti dove è possibile gustare una ciotola dei famosi noodles che qui sono una vera specialità. Come nel resto del Vietnam si trova sempre qualcosa di proprio gusto da mangiare, e Francesco ha soddisfazione da un piatto di pesce fritto e patatine. Appena fuori dal ristorante conosciamo una famiglia del posto con tre bambini che rendono subito nostro figlio partecipe dei loro giochi. Passiamo con loro buona parte della serata, mentre le barche lungo il fiume lasciano andare lanterne colorate sull'acqua, e la gente passeggia placidamente.

 

 

Al rientro in albergo programmiamo di concederci una giornata di mare: l'indomani mattina avremo noleggiato delle biciclette per raggiungere la spiaggia di Cua Dai. Hoi An è incantevole ma un po' troppo turistica. Uscendo appena fuori dalla cittadina si ha la possibilità di immergersi in scenari più autentici, dove ancora gli stranieri sono visti come una novità.

Lungo il tragitto di pochi chilometri avremmo visto palme incontrare la sabbia, saltato a piè pari le spiagge dei resort a cinque stelle, raggiunto la baia nel punto più tranquillo e trascorso una piacevole giornata di mare, che si sarebbe conclusa con una mangiata di pesce coi piedi sulla sabbia.

Disgraziatamente però Francesco, che viaggiava seduto sul portapacchi della bici del babbo, ha staccato il piedino dalla staffa e i raggi della ruota hanno agganciato la fibbia del sandalo, trascinandolo dentro. Ancora adesso, mentre vi racconto tutto ciò, ho vivido il ricordo del suo strillo, di Graziano che si volta, di me che salto giù dalla bici per raggiungerli, della gente intorno a noi che, tutta, interviene per darci una mano. E ci sono volute cinque persone - dieci mani - per sfilare il piedino non vi dico ridotto come dai raggi della ruota. Subito dal negozio di fronte: ghiaccio, sedia, bicchiere d'acqua, carezze e parole di conforto. Non dimenticherò mai il dolore di mio figlio. E nemmeno la gentilezza delle persone intorno a noi, lì per noi.

Torniamo in albergo in taxi. Disinfettiamo subito la ferita ma ci rendiamo conto che serve un dottore, una radiografia e una medicazione seria. Ci consigliano di andare in una nuova clinica privata, talmente nuova da non essere segnalata dalla guida.

Una volta raggiunto il posto, ci accoglie un ambiente ordinato e pulito; accompagno subito Francesco in sala raggi; quindi a fare la medicazione. Dolorosa quanto basta a farmi maledire di non avergli fatto indossare le scarpe, come sempre l'anno prima alle Andamane quando giravamo in bici. Il piede sarebbe stato protetto, e adesso non sarebbe ridotto così.

Lasciamo la clinica dopo aver pagato 64$ per radiografia, visita, medicazione e medicinali: antibiotici, antidolorifici e coagulanti, dati in quantità precisa per la durata della terapia, tipo Stati Uniti per intenderci. Ovviamente avremmo speso qualsiasi cifra per nostro figlio; racconto anche questo dettaglio per introdurre l'esperienza con la compagnia di assicurazione Dan Europe, con cui da sempre assicuriamo i nostri viaggi. Mio marito ed io siamo due sub, e perciò conosciamo da tempo questo gruppo che offre formule pensate apposta anche per le famiglie. Appena abbiamo chiamato il numero per le emergenze internazionali, la nostra richiesta è stata presa in carico e mezz'ora dopo ci ha ricontattato un dottore italiano a cui abbiamo spiegato l'accaduto. Da noi era pomeriggio ma in Italia notte fonda. Al rientro in patria è bastato inviare la documentazione relativa alle spese sostenute e i referti medici per avere prontamente il rimborso del 100%, senza scuse tipo fax illeggibile, ricevuta persa, e via dicendo. Serissimi, oltre ogni ragionevole dubbio.

Come è andata a finire col piedino infortunato? Beh, la riabilitazione è durata una decina di giorni, durante i quali abbiamo cambiato programma e raggiunto la costa di Mui Nè, dove Francesco ha conosciuto tutti i bambini reperibili nel raggio di chilometri. Per la gioia di avere nuovi compagni di gioco, l'abbiamo visto appoggiare di nuovo il piede a terra, aiutato anche dalla sabbia morbida e piano piano riprendere a camminare per bene.

 

 

Ogni tanto, ancora adesso, si guarda la cicatrice e io per burla gli dico che da grande, quando racconterà alla fidanzata come e soprattutto dove se l'è procurata, potrà capire dalla sua reazione se è la donna giusta per lui..

 

 

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