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La pioggia scende compatta su di me e la mia famiglia. Intorno non c'è nessuno, da qui non passa mai nessuno, le giornate sono tutte uguali e il balletto di sole e nuvole scandisce le ore.

Adoro la pioggia perché poi, quando smette, il caldo mi asciuga in fretta e ricomincio a sudare. Tutti qui hanno lo stesso problema, ma non ci fanno troppo caso.

D'un tratto, un giorno come tanti, nel silenzio si sente il crepitio di passi veloci, guardinghi. Uomini passano davanti a me con fare sospetto, facendo attenzione a mettere i piedi esattamente dove li ha messi chi li precede, finché l'ultimo della fila non cancella le tracce che lasciano dietro di sé. Che strano modo di camminare, penso.

Portano enormi carichi da una parte all'altra, a spalla oppure sulla bicicletta. Sento parlare a volte, parlare dei francesi. Per quasi vent'anni sentirò parlare di loro.

Nel frattempo la strada ha preso forma e corre impavida da nord a sud, racchiude altre strade che si allontanano per poi ricongiungersi.

La mia famiglia e io abbiamo paura di essere strappati via, come è successo a tanti altri intorno a noi. Resistiamo perché non potremmo andare in nessun altro luogo. Questa è casa nostra e da qui non ci muoviamo. Discorsi che non hanno potuto fare quei padri che trascinano carretti pieni della loro vita, seguiti da una moltitudine di bambini festosi anche se non c'è niente da festeggiare. Vengono ad abitare qui vicino, in case costruite sotto terra, collegate l'una all'altra da gallerie buie che portano sempre alla luce, basta avere il coraggio di seguirle fino in fondo.

Ormai il francese non è più qui, si sente parlare di un'altra lingua, quella degli americani. Non tutti la capiscono, ma sanno che c'è da temere perché sono tra noi da un po' e credevamo che presto se ne sarebbero andati, invece arrivano sempre più numerosi. Anche la compagnia della gente che percorre la strada da nord a sud si fa sempre più grande, e presto si sente un rumore strano provenire dal cielo.

Io non ho mai sentito niente di simile, nessun uccello fa un baccano così. Eppure devono essere loro, forse una specie nuova, rumorosissima. Nessuno però si posa sul terreno, hanno paura.

Poi un giorno qualcosa dal cielo inizia a scendere e l'aria diventa rovente. Fatico a rimanere diritta, mi sento bruciare, non riesco a respirare. Intorno a me vedo la mia famiglia accasciarsi, alcuni senza rialzarsi più.

Arriva di nuovo la pioggia, che però non porta sollievo come faceva un tempo, anzi, adesso è quasi peggio di quando dal cielo scende quella schifezza.

Lungo la strada passano ancora carovane di uomini carichi che vanno a sud, prendono nuove strade che hanno allargato il sentiero e sfuggono così agli uccelli che sembrano confusi. E come fossero impazziti continuano a bruciare tutto intorno, adesso anche di notte. Ma non basta, non è sufficiente a fermare il traffico che si sposta su strade nuove che nessuno ancora conosce. Allora improvvisi bagliori rischiarano la notte e boati lasciano dietro di sé enormi crateri che uccidono così, al buio.

Continua per anni: esseri cattivi che infestano il mio mondo, e uomini tenaci che proseguono la loro marcia lungo il sentiero Duong Truong Son, portando armi oltre il diciassettesimo parallelo fino a Saigon. Stringono in una morsa l'esercito del sud, l'esercito americano - che non ha mai capito quanto fosse lungo e come si snodasse quello che loro chiamano il sentiero di Ho Chi Minh - costringendolo alla fuga. Perché non è facile la vita da queste parti, e non lo sarà nemmeno tornati a casa. Men che mai per le due bambine nate senza braccia, una bionda e l'altra con gli occhi a mandorla. Perché la guerra è la più grande colpa di cui possa sporcarsi un uomo. La guerra è un atto di viltà che ricade sempre sugli indifesi, come me.

Io sono la giungla che stenta a ricrescere sotto il peso dell'agente arancio e del napalm, potete credermi sulla parola: la guerra fa schifo.

 

 

 

 

 

post scritto per #sensomieiviaggi

 

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