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Capo Verde non sono soltanto quel paio di isole che vendono i pacchetti tutto compreso. Capo Verde è un arcipelago formato da dieci isole che offrono paesaggi diversi e viaggi diversi.

Nel nostro itinerario abbiamo incluso anche l’isola di Santiago con la sua capitale Praia e la sua spiaggia di Tarrafal e se farete come noi, garantito che noterete Rosy e il suo “carrino”, come le piace chiamarlo da brava toscana. E Rosy non solo è toscana, viene proprio dalla mia stessa città! Dopo la carrambata ho avuto l’idea di intervistarla, per raccontarci qualcosa della sua nuova vita e soprattutto per capire qualcosa di più di questo angolo di Africa circondato dall’oceano Atlantico.

 

caipirinha capoverde

 

Rosy, l’italiana che vive a Tarrafal

 

  • Da quanto sei a Capo Verde?

Sono quasi sette anni, sono arrivata nel 2013 per una vacanza. Avevo sentito raccontare di tanti italiani che vengono qui e poi ci rimangono. Allora mi sono detta, parto con un po’ di soldi, vado in vacanza e quando finiscono torno a casa. E poi sono rimasta.

  • Come sono stati i primi tempi?

I migliori! I primi sei mesi sono stati di vacanza, nel senso che non lavoravo, ma intanto cercavo una casa e di risparmiare per poter rimanere il più possibile. La vacanza doveva essere di tre mesi ma sono potuta rimanere di più proprio perché ho risparmiato molto, grazie allo stile di vita molto contenuto di queste isole.

Quando i soldi sono finiti dovevo trovarmi un lavoro e ho pensato che qui, su questa spiaggia, non c’è un posto dove bere una cosa fresca. Il mio lavoro era questo in Italia e allora ho pensato di mettermi a vendere da bere. Ho iniziato con i mojito col frigo portatile; vendevo cinque mojito al giorno già preparati per 200 Escudos, 2 €.

Mi sono stancata presto di fare avanti e indietro col frigorifero e allora ho pensato di fare un carrino e di preparare caipirinha.

  • Come sei stata accolta dalla gente del posto? Ti hanno vista come una concorrente?

No anzi, sono stati loro che mi hanno invogliato! Un po’ perché io, come dico sempre, sono nata povera qua, e quindi mi hanno vista come una donna che voleva solo lavorare, come una di loro. Io sono sempre di quel pensiero: se dai rispetto, se dai educazione, normalmente ti danno educazione e ti danno rispetto. Io qui ho sempre rispettato tutti, indipendentemente dal povero o dal ricco, dal bianco o dal nero, tratto le persone alla stessa maniera.

Sono stati loro che mi hanno dato una mano, mi hanno aiutato a mettere il carrino in spiaggia. Se c’era una giornata che andava male mi consolavano dicendo che Dio mi avrebbe aiutato. Qui la religione è molto importante. Poi vendo la caipirinha e non c’era nessuno che la vendesse; se mi fossi messa a vendere il cocco come le donne del posto, forse sarei stata vista come una concorrente. Anzi, dopo sei anni anche loro guadagnano di più perché hanno capito di poter aumentare un po’ i prezzi senza fare una grossa differenza per il turista.

  • A proposito del carrino? E’ un’attività in piena regola adesso?

Sì, sono tre anni che è a tutti gli effetti un’attività che ho aperto col mio compagno, senz’altro per essere nella legalità e avere tutte le autorizzazioni per poter servire da bere al pubblico. I primi tempi non è stato necessario, facevo comunque un servizio alla spiaggia, tenevo pulito, ero ben vista dalla gente e dalla polizia. Non mi hanno considerata un’imprenditrice ma una che vuole semplicemente campare. Poi sono rimasta incinta, quindi con una famiglia con un capoverdiano.

  • L’amore quindi è arrivato dopo? Non sei rimasta a Capo Verde per amore?

No, anche se tutti lo pensano perché è un classico. Invece no, sono rimasta per amore del posto, perché si vive in un modo semplice, si pensa meno ai vestiti, alle scarpe, al superfluo. Qui l’importante è la salute e avere quel tanto che basta per vivere, pagare un affitto e le spese di casa, mangiare, non hai bisogno di più cose. Ho aperto gli occhi e capito che la vita che facevo in Italia, dove avevo due lavori e mi facevo in quattro per pagare tutto e rimanere senza un soldo, non faceva più per me.

  • Parlami di tuo figlio.

Noè ha quattro anni ed è nato in Italia, ha passaporto italiano e quindi più libertà di muoversi dei capoverdiani. Abbiamo fatto questa scelta soprattutto per l’assistenza medica: questo è un piccolo centro, dove ho trovato dottori competenti che mi hanno trattato sempre benissimo, proprio perché straniera. In Italia invece purtroppo spesso succede il contrario. A livello ospedaliero per le piccole cose vanno bene i centri medici e gli ospedali di Assomada e Praia; ho fatto le ecografie quando ero incinta e a mio figlio hanno messo dei punti. Per le operazioni importanti è sempre meglio avere un po’ di soldi da parte e prendere un aereo per l’Europa.

  • Tuo marito cosa pensa del tuo paese d’origine? C’è mai stato?

Siamo stati due anni fa a conoscere la mia famiglia. Beh, per lui è stata senz’altro un’esperienza uscire per la prima volta da Capo Verde a quarant’anni e vedere un posto come l’Italia.

  • Mi hai detto che si chiama Giulio, come mai un nome italiano?

Davvero! Ma non ci sono motivi particolari. Queste isole sono sempre state frequentate da molti europei, non solo dai coloni portoghesi, ma anche da inglesi, francesi e italiani. I loro nomi piacciono alla popolazione locale che spesso li dà ai figli.

  • Come ti vedi tra cinque anni?

Intanto spero in salute! Cinque anni sono anche veloci a Tarrafal, qui il tempo passa veloce. Si direbbe il contrario, invece qui il tempo passa e non te ne accorgi.

Comunque fra cinque anni non lo so, vorrei continuare a lavorare qui in spiaggia. Ho altri progetti che vanno un po’ per le lunghe perché la burocrazia è lenta. Spero tutto sommato di rimanere così, che mio figlio cresca sereno e con una buona educazione. Non riesco a desiderare altro perché vivere in un posto simile ti fa rivedere le priorità e dai meno peso alle cose, contano la salute e avere di che vivere.

  • Vuoi aggiungere qualcosa su Tarrafal e in generale su Capo Verde?

Sì, vorrei dire che purtroppo qui a Tarrafal ci sono pochi progetti di sviluppo. Ci sono pochi aiuti dall’Europa: per esempio italiani e non che sono venuti qui hanno scelto Sal o Boa Vista per aprire strutture turistiche e le hanno sterminate.

Su quest’isola di Santiago non c’è un progetto per dare un programma migliore nelle scuole, per educare la popolazione al rispetto dell’ambiente, riciclare i rifiuti. C’è scarsità di acqua e anche di energia elettrica per alcuni villaggi che non sono allacciati alla rete. Basterebbe installare dei pannelli solari e ci sarebbe elettricità per tutti.

Ci sono pochi progetti concreti; vengono dei volontari nelle scuole per due o tre mesi l’anno, come anche veterinari per fare campagne di sterilizzazione dei cani e gatti randagi. Ma non c’è mai un vero progetto, qualcosa da portare avanti nel tempo.

La terra è molto fertile ma non c’è acqua, però te immagina un progetto per avere un pozzo e poter così coltivare queste terre. Come anche allevare gli animali senza lasciarli tutto il giorno in giro per strada.

Anche la gestione dei rifiuti potrebbe essere migliore. Le persone qui tengono molto pulite sia la spiaggia che le strade cittadine ma poi l’immondizia finisce tutta assieme. Questo è un piccolo paradiso a cui basterebbe soltanto una piccola spinta dall’Europa che qui comunque ha fatto investimenti molto redditizi, non per fare altro business ma per aiutare veramente la gente del posto.

  • Perciò il fatto che molti europei, tra cui tantissimi italiani, siano venuti qui per avviare un’attività non ha portato benessere?

Qui a Tarrafal quei pochi europei che hanno fatto business sono stati molto rispettosi, non sono venuti per arricchirsi ma solo per vivere e fanno questa cosa con molto rispetto per i locali aiutando lo sviluppo di tutti. Se vengono più turisti, questi poi vanno a mangiare nei ristoranti, fanno spesa nei negozi, consumano in spiaggia. Spero che la qualità rimanga questa; il turista che viene a spendere serve a tutti ma rispetto alle altre isole dove hanno costruito mega resort, pagando la gente che ci lavora una miseria, trattandola spesso anche male e lasciando che viva nelle baracche, mi auguro che la situazione a Tarrafal rimanga questa.

Tra l’altro Capo Verde è un arcipelago fantastico, che merita di essere esplorato ben oltre le isole che vengono vendute nei pacchetti tutto compreso. La piaga più grossa di questi resort è che pagano la gente che ci lavora una miseria ed è abbastanza vergognoso in un paese dove le tasse sono al 4%: questo è schiavismo. A Tarrafal le attività sono più piccole, c’era solo un grande resort adesso in ristrutturazione che pagava però stipendi più alti ai dipendenti. Non sono arrivati grossi investitori e se il risultato è quello di Sal e Boa Vista speriamo non arrivino mai, almeno fin quando la burocrazia resterà lenta com’è finora. In altri posti hanno la strada più spianata.

Il turista che viene qua può conoscere i veri capoverdiani, fare un’esperienza più autentica. Non ci sono pericoli proprio perché non c’è questa tensione sociale dovuta alle disuguaglianze che c'è in altri posti. I pochi bianchi che sono qua non sfruttano nessuno e sono molto rispettati dai locali. C’è ancora quel clima semplice, di cooperazione e di aiuto che, dove si sono insinuati interessi commerciali, è venuto meno.

  • Ho notato alcune cooperative sociali in paese, di cosa si occupano di preciso?

Ce ne sono due e sono nate nell’ultimo anno, una si occupa di bambini handicappati e un’altra più grande offre più servizi. Qualcosa si sta smuovendo e spero che anche con una semplice intervista si possa iniziare a parlare di più dei progetti di sviluppo per quest’isola.

Purtroppo in questo paese manca educazione sessuale; nonostante sia un’Africa molto più sviluppata di altre zone interne al continente, ancora troppe bambine di 14 o 15 anni restano incinte. E pensa che i contraccettivi sono quasi tutti gratis o comunque non costano cifre astronomiche; quello che manca è un’educazione nelle scuole e in casa è ancora un tabù. Può capitare che una ragazza arrivi a 23 anni con già due o tre figli, avendo perso così la possibilità di studiare e poi di trovare un lavoro che le permetta di vivere dignitosamente. I giovani che qui non parlano portoghese è perché non sono andati a scuola, perché l’istruzione è in portoghese.

  • A proposito si scuole, ho visto delle strutture abbastanza recenti.

Sì è vero. Questo perché ci sono dei capoverdiani che vivono in Europa, che si sono sistemati bene, e che fanno donazioni alle scuole di qua per piccoli lavori di manutenzione e per questo sono tutte molto ordinate.

  • Che scuole ci sono?

Qui a Tarrafal dall’asilo fino al liceo, mentre l’università si trova a Assomada, una quarantina di km da qui, ma c’è solo una facoltà, le altre sono tutte a Praia. La mia esperienza per il momento è soltanto con l’asilo, che qui si paga sui 20 € al mese con la mensa e orario 8/16.

  • A proposito di strutture per l’infanzia, com’è la condizione familiare qui?

Appena arrivi qui noti queste donne forti a livello fisico che portano sulla testa ceste di cocomeri come niente fosse. Danno un’idea di forza che purtroppo si infrange quando scopri la realtà. Qui si seguono molto le telenovelas brasiliane, che trasmettono un’idea di donna che si lascia abbindolare dalle belle parole del maschio di turno che poi ti inganna soltanto. E in sette anni che son qui ti garantisco che è proprio così, non tutti certo, ma la maggior parte trova una compagna a cui dire tante belle parole, la mette incinta e poi se ne va, a volte prima che nasca il bambino, per cercarsene un’altra da inguaiare allo stesso modo.

Dovrebbe intervenire la legge, per cominciare potrebbero istituire un registro delle unioni perché qui nulla è registrato e questo solleva il padre dalle responsabilità. Soltanto se è un uomo di Chiesa oppure se ha ricevuto una buona istruzione, allora provvede alle necessità del figlio anche se ha lasciato la compagna. C’è ancora la mentalità della colonia, sono 35 anni che c’è l’indipendenza, ma se sei credente a prescindere dalla religione, la segui alla lettera. Se però sei libero ti perdi: ancora non hanno la testa per essere liberi e solo se sei credente in qualcosa riesci a dare una direzione alla tua vita.

Mio marito che ha 40 anni ricorda quando da bambino i portoghesi imponevano il coprifuoco; a guardare adesso questo posto sembra una cosa successa secoli fa, eppure sono solo 35 anni. Quando c’erano i portoghesi, in una zona qua vicino c’erano tanti campi coltivati che producevano una grande quantità di frutta e di ortaggi. Dal momento in cui hanno avuto l’indipendenza ad oggi, sono rimasti in pochi a coltivare queste terre.

  • Come mai secondo te?

Per le priorità. Il popolo capoverdiano non sa al momento che valore dare alle sue priorità. Capita che una cosa poco importante la faccia subito e quello che invece andrebbe fatto prima viene rimandato sempre.

  • Coltivare un campo per avere da mangiare non è una priorità?

Sì lo è, ma se riesco lo stesso a mangiare facendo meno fatica perché dovrei rinunciare a questo stile di vita così semplice e rilassato che ti dicevo all’inizio? La semplicità con cui si vive su quest’isola è un’arma a doppio taglio. Manca quella lungimiranza in più, spesso nascosta dietro il fatto che l’acqua qui è molto cara, soprattutto per coltivare un campo, ma se tu investi in quell’acqua produrrai qualcosa che poi rivenderai, si tratta di guardare un po’ più in là. Sono convinta che sia presto e che il popolo capoverdiano abbia solo bisogno di essere guidato verso questo processo di indipendenza.

Parecchi capoverdiani vedono ancora nell’Europa un posto dove andare per realizzarsi, non capiscono il potenziale che hanno nelle loro terre. Per loro fare il lavoro più umile in Italia è meglio che fare l’imprenditore a Capo Verde. Ci sono tanti capoverdiani che vivono e lavorano all’estero e che qui hanno case e vengono in vacanza; non si rendono conto che quello che fanno là potrebbero farlo anche qua. Per questo mi auguro che il governo sia un po’ più aperto nel farli uscire, per fare esperienza ma soprattutto per farli render conto che invece è qui che dovrebbero costruirsi una vita. Adesso qualche capoverdiano comincia a darmi ragione, a comprendere che l’Europa è soltanto un’illusione ma rimane molto complicato.

  • Forse vedere come si sono sistemate persone come te, che hanno trovato o si sono inventate un lavoro per avere di che vivere seppur con pochi mezzi, potrà essere d’ispirazione.

Ti rispondo legandomi alla domanda di come mi vedo tra cinque anni, ecco, mi piacerebbe fare formazione, insegnare a lavorare con qualità. Perché c’è bisogno di esempi, non di sfruttamento.

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rosy tarrafal

 

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