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Nel Tamil Nadu c'è un posto speciale che si chiama Auroville, la città dell'aurora, di tutti e di nessuno...

 

 

 

 

 

Quando si parla del ’68 la nostra immaginazione va alle contestazioni di piazza, alla rivoluzione sessuale; all’assassinio di Ernesto Che Guevara e Martin Luter King; alla guerra degli Stati Uniti d’America contro il Vietnam; a Mao Tse-tung alla contestazione del sistema lenista e stalinista. Poco è noto su cosa sia accaduto in India, a parte il fatto che proprio nel 1968 i Beatles vennero qui per ispirarsi e il frutto di questa meditazione si concretizzò nel White Album. 

Ma nel sud del continente, oltre le contestazioni, oltre il clamore, oltre le rappresaglie e le repressioni che hanno caratterizzato un movimento mondiale, epocale e di difficile catalogazione, una donna francese di nome Mirra Alfassa incontra Sri Aurobindo, uno yogi proveniente, o per meglio dire in fuga dall’Inghilterra; personaggio di immensa cultura addirittura capace di leggere Dante, Goethe e Cervantes in lingua originale. Sri Aurobindo si era rifugiato a Pondicherry per sfuggire alle persecuzioni degli inglesi, che lo consideravano un rivoluzionario e sovversivo. Di origini bengalesi, figlio di un bramino, ha vissuto in Inghilterra combattendo contro la povertà, occupandosi del sostentamento della sua famiglia e, nonostante ciò, è riuscito a compiere importanti studi a Londra e Cambridge. Nel 1910 fa ritorno in India e si stabilisce a Pondicherry, dove svolgerà quello che lui stesso definisce il suo “vero lavoro”; quattro anni più tardi incontra Mirra Alfassa, chiamata la Mère, e diventerà il suo maestro spirituale assoluto.

 

 

Nel 1968 la Mère, su incitamento di Sri Aurobindo, fonda Auroville, la città dell’aurora, un luogo che non appartiene a nessuno ma che appartiene a tutti; dove il lavoro è inteso come cooperazione tra gli abitanti, come laboratorio dell’evoluzione. La finalità di Auroville è realizzare l’unità umana nella diversità. Semmai dovessi scomparire un giorno, questo è uno dei posti dove venirmi a cercare; però telefonate prima. La forma della città è circolare, dall’alto ricorda un’astronave; posto al centro c’è l’albero di baniano sotto il quale, nel 1968, centoventiquattro nazioni e tutti gli stati dell’India si riunirono e, dentro un’urna di marmo bianco a forma di fiore di loto, deposero ognuno una manciata di terra del proprio paese. Gli abitanti di questa città provengono da ben trentacinque nazioni diverse, da tutte le classi sociali e culturali. La nostra visita è organizzata, quindi non possiamo goderci più di tanto questo posto: ecco perché odio i tour delle agenzie, ma d'altronde Francesco è presto stanco di girare per queste strade polverose e, per convincerlo ad arrivare fino al Matrimandir, gli raccontiamo che è la casa di Topolino, sfruttando la forma circolare che la ricorda molto. In realtà si tratta della camera di meditazione, che naturalmente non rappresenta nessun dogma.

 

 

I visitatori occasionali come noi devono fermarsi su una collinetta da dove si possono scattare fotografie, relativamente lontana dalla struttura. Per accedervi e poter meditare la suo interno occorre chiedere un permesso speciale, vincolato da diverse regole, atte a preservare la spiritualità del posto che, per sua stessa concezione, non è di nessuna professione, nessuna fede, nessun credo: ma di tutte queste cose insieme.

 

 

In poco tempo e col cuore in gola per la camminata a passo sostenuto, siamo nuovamente al parcheggio dove abbiamo lasciato il nostro autobus; peccato che stiamo aspettando davanti a un altro, e meno male che Graziano se ne rende conto prima che quello giusto parta e ci lasci lì. Non solo, recupera anche una coppietta che, parlando, parlando, sale addirittura e si siede sul mezzo sbagliato.

La giornata organizzata non si conclude qui, adesso andiamo tutti insieme all’ashram di Sri Aurobindo a Pondicherry. E anche questa è una parte poco entusiasmante, molto organizzata, tanto impersonale; all’entrata mi chiedono quanti anni ha Francesco perché i bambini sotto i tre anni non possono entrare, e mi raccomandano di fare silenzio. Ovviamente dopo nemmeno dieci minuti scappiamo via, perché mio figlio e il silenzio non hanno molte affinità.

 

 

Proseguiamo il nostro tour da soli e ci imbattiamo in un vicolo, a ridosso della ville blanche ma decisamente noir, a giudicare da quello che sta avvenendo. Sul lato sinistro ci sono una decina di bancarelle che vendono souvenir e oggetti votivi, tipo ghirlande di fiori e fascini di erbetta verde e tenera. Di fronte c'è un tempio induista e sull'ingresso un elefante, con tanto di cavigliere a tutte e quattro le zampe; con la proboscide afferra i fascini d'erba per mangiarli, e le rupie per riporle in un cestino posizionato tra le zampe; quindi benedice il fedele appoggiando la proboscide sulla testa, quasi per fare una carezza. La cosa che però più impressiona è vedere come distingue i soldi dall'erba, tanto che i suoi accompagnatori siedono tranquilli fra le sue zampe, chiacchierando e senza controllare mai se per caso l'animale dovesse sbagliarsi.

 

 

 

 

Tratto dal libro Pondicherry is Nice!

 

 

 

 

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