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Questo mese voglio partecipare anch'io al #sensomieiviaggi perché il tema scelto da Monica mi calza a pennello: le disavventure dei miei viaggi.

 

Avrei veramente tanto da raccontare, infatti non c'è stato viaggio che non abbia avuto la sua buona dose di imprevisti. Che tutto sommato ti fanno apprezzare ancora di più il modo in cui te la sei cavata, almeno una volta passato il panico del momento!

Per questo riporto un paio di capitoli del mio primo libro L'India in Sleeper Class dove racconto come abbiamo fatto a proseguire il nostro viaggio senza cambiare itinerario, malgrado ponti crollati, biglietti aerei inesistenti, e autobus fatiscenti...

 

Il ponte crollato

 

Dopo più di una settimana in ciabattine e costume, cominciamo a pensare di rimetterci in viaggio. Abbiamo ancora una decina di giorni a disposizione, entro cui dobbiamo raggiungere Mumbai per tornare in Italia. Sull'orario dei treni adocchiamo il Trivandrum Nizamuddin Rajdhani Express che ci porterebbe dritti a Madgaon, tappa intermedia nello stato di Goa, prima di tornare nel Maharashtra. Tutti contenti usciamo per andare in agenzia a fare il biglietto; fortuna che non dobbiamo arrivare fino al paese, pensiamo.

 

Il posto non è lontano e in un attimo siamo davanti a un corpulento indiano che deve essere il padrone, nonché unico impiegato. Sono al settimo cielo, finalmente possiamo fare un biglietto senza incorrere nella stressante prassi delle biglietterie delle stazioni indiane. Apro il mio orario dei treni e faccio vedere all'agente quello che ci interessa prendere. Con le sue mani grassocce afferra il libro, legge dove tenevo il dito, poi mi guarda scuotendo il capo.

«It's impossible! The bridge is broken! 350 people are died! No train until Mangalore...» dice.

Sulle prime non capisco bene, almeno non comprendo la gravità della situazione. Tornare verso Mumbai ci sembrava una cosa facilissima; ferrovia a scartamento rapido lungo la costa che va su dritta fino al Rajastan, cosa c'è che non va? Purtroppo è crollato un ponte proprio nel punto centrale della tratta Thiruvananthapuram – Mangalore.

«By bus? It's possible?» domando.

Ride. Poi dice che c'è solo un autobus che impiega diciotto ore a percorrere la distanza di poco superiore ai cinquecento chilometri. Chiedo allora se si può prendere un aereo, magari fino a Madgaon a questo punto. Il corpulento agente si mette subito al telefono verde che poggia sulla scrivania color marrone. Intorno ha qualche espositore con dei cataloghi, Maldive per lo più che sono di fronte alla costa del Kerala. Mi accorgo soltanto adesso che seduta in un angolo c'è una donna, la moglie probabilmente; è incinta. Le sorrido in segno di saluto, lei ricambia e abbassa la testa. Graziano mi si avvicina chiedendomi se ha capito bene, è ancora un po' disorientato dalla pigrizia che si è impossessata di noi. Gli spiego del ponte, del tratto di ferrovia che non esiste più, dell'autobus e della possibilità di andare a Goa in aereo.

«Sentiamo quanto ci sparano, eh?» commenta mentre guarda l'agente ancora al telefono che aspetta.

«Altrimenti non so proprio come...forse in autobus...» non finisco la frase che il nostro omone inizia a parlare con qualcuno all'altro capo del filo.

Riaggancia il telefono e ci dice che ci sono dei posti sull'aereo di martedì; potrebbe andare bene e avremmo una settimana a disposizione per raggiungere Mumbai. Ci accordiamo per la prenotazione, anche il prezzo è buono. Rimaniamo d'accordo di tornare l'indomani con i soldi a prendere i biglietti, oggi è domenica e non può emetterne. Tutti contenti torniamo in albergo, ignari del casino in cui stavamo per cacciarci.

L’indomani mattina di buon ora torniamo in agenzia, e portiamo con noi la carta di credito elettronica che non abbiamo mai usato. Finora ce la siamo cavata con i travel cheques acquistati in Italia e, ogni volta che ne cambiavamo uno, avevamo montagne di banconote da sistemare fra mutande e calzini.

Oggi il corpulento agente è da solo, la moglie sarà rimasta a casa. Non appena entriamo si mette subito al telefono per prenotare i nostri biglietti. Ci dice il saldo e noi paghiamo; la transazione va a buon fine quindi, convinti di avere acquistato i biglietti e avere il posto sull'aereo che partiva l'indomani, torniamo in albergo e rimaniamo d'accordo con l'agente di passare poi a ritirarli.

Neanche a dirlo che adesso dobbiamo rinfilare tutti i vestiti sparsi ovunque nei nostri zaini, ma come al solito rimandiamo l’operazione alla mattina della partenza. Tra una birra e l'altra, facendo due chiacchiere con il padrone della guest house, passeggiando in riva al mare, giocando con dei bambini a chiapparello, ci accorgiamo che sono le sei passate. Corriamo verso l'agenzia che però ha già chiuso.

«Va be’! Domani mattina verremo qui subito, prenderemo i biglietti e andremo all'aeroporto. L'aereo parte alle 17:00, perciò abbiamo tempo.»

L'ultima mattina a Kovalam Beach si presenta nebbiosa; prepariamo gli zaini in fretta e furia e ci apprestiamo a consumare l'ultima colazione in riva al mare, a questo mare. Da stasera infatti saremo a Goa, mare anche lì e feste, spero. Abbiamo calcolato di esserci proprio con la luna piena per partecipare a uno dei tanti full moon party che si tengono nella zona.

In agenzia troviamo il proprietario e sua moglie seduta sempre nello stesso angolo. Notiamo subito che c'è qualcosa che non va, e ne abbiamo conferma quando chiediamo se per i biglietti è tutto a posto. L'omone ci spiega che ha potuto soltanto metterci in lista di attesa per giovedì prossimo. Ci viene un colpo! Graziano mi dice subito che non possiamo permetterci di stare altri due giorni nel Kerala, che sballerebbe la nostra tabella di marcia e metterebbe a rischio persino l'aereo per il ritorno in Italia. Non so che fare, mi viene in mente solo di andare in città e prendere l'autobus, farmi diciotto ore di viaggio fino a Mangalore e poi proseguire in treno fino a Madgaon. Non ci arrabbiamo nemmeno più di tanto con l'agente, pensiamo solo a come andare a Thiruvananthapuram il più velocemente possibile. Prendiamo un risciò al volo e ci dirigiamo verso il centro.

«Ma per la carta di credito? Ci sarà verso bloccare il pagamento?» mi chiede Graziano.

«Non lo so...chiamiamo la banca in Italia e chiediamoglielo, meglio essere sicuri.»

Al telefono ci dicono che ormai la transazione è fatta, la sola cosa possibile è ottenere un rimborso in contanti o assegno. Altro tuffo al cuore; ci guardiamo smarriti.

«L'autobus parte tra un'ora; dobbiamo tornare in agenzia, farci rendere i soldi, tornare in paese e partire! Non ce la faremo mai!» si dispera Graziano.

«Almeno proviamoci» aggiungo mentre fermo un risciò.

Partiamo di gran carriera, incitando il risciò man a fare presto e lui si scapicolla giù per le curve e i tornanti che portano alla spiaggia. In un attimo siamo di nuovo davanti all'agenzia. Entriamo e spieghiamo che devono rimborsarci dei soldi - che tra l'altro ci hanno preso con l'inganno dicendoci che avevamo il posto sull'aereo, non che eravamo in lista di attesa. Inizialmente non capisce, poi chiama qualcuno a cui spiega l'accaduto. Intanto l'orologio cammina...

«Make it quick, please! We have the bus now!»

Dopo questa mia sfuriata sembra aver capito; ci dice di andare all'altra agenzia perché non ha a disposizione il blocchetto degli assegni. Spiega al risciò man dove portarci e si parte. Il posto non è lontano e ci saremmo potuti sbrigare prima se, l'omone della nostra agenzia, avesse spiegato all'omino di questa agenzia cosa era successo e cosa doveva fare. Purtroppo non è così e allora mi tocca rispiegare tutto da capo ma in modo molto stringato. Poi aggiungo che per maggiori dettagli potrà chiamare il suo collega ma che, adesso, lui ci fa il rimborso altrimenti mi viene una crisi isterica, proprio qui, nella sua agenzia. Mi dice di sedermi e comincia a compilare un assegno di importo enorme; l'equivalente di cinquecentomila lire in rupie è una cifra esorbitante. Mi allunga l'assegno a cui, ovviamente, aveva sottratto una cifra per le spese. Mah...non ho voglia di discutere, prendo l'assegno della banca di Singapore e Shanghai e ce ne andiamo.

«Fly man, fly...» incita Graziano il nostro autista che tra l’altro non se lo fa dire due volte e in nemmeno dieci minuti siamo di nuovo davanti alla stazione degli autobus; abbiamo a disposizione ancora un quarto d'ora e ci tuffiamo in un negozietto di souvenir. Arraffiamo alcune cose, paghiamo e siccome non solleviamo questioni sul prezzo, avviando la contrattazione come d'abitudine, il negoziante ci regala anche una statuetta di Ganesh: per fare pari.

 

Continua la disavventura con 18 ore di autobus...

 


Diciotto ore

 

Siamo nel piazzale da dove partirà il nostro autobus. Non riusciamo a credere che sia proprio quello che abbiamo davanti. Fatiscente è un complimento; sulla fiancata gialla c'è scritto Super Express; la vernice è scrostata, i pneumatici sono lisci e non ci sono i finestrini, o meglio non si possono chiudere perché senza vetri. Non solo, una volta a bordo ci accorgiamo che i sedili non sono reclinabili. Troviamo posto e ci lasciamo andare alle prossime diciotto ore di avventura indiana.

Intorno a noi, neanche a dirlo, ci sono soltanto indiani; nessun turista né occidentale né orientale. Finalmente sto viaggiando come loro, mangiando il loro cibo, dormendo negli alberghi da loro frequentati e non in strutture create per accogliere turisti da tour operator. Sono contenta; il disagio di stare seduta su una dura panca che non si reclina passa in secondo piano.

Ovviamente siamo osservati tanto anche noi dai nostri compagni di viaggio. Si chiederanno cosa ci fanno due così su un autobus che impiegherà diciotto ore per percorrere poco più di cinquecento chilometri. Non solo, al termine della corsa ci accorgeremo di essere stati gli unici ad aver percorso tutta la tratta da Thiruvananthapuram a Mangalore, tutti gli altri sono scesi o saliti alle fermate intermedie e, credetemi, sono state davvero tante!

Non siamo in viaggio neanche da un'ora che già facciamo la prima sosta. Oltre all'autista c'è una specie di assistente-bigliettaio che gli siede di fianco; notiamo subito che ci guarda spesso quasi per controllare. Quando scendiamo la scaletta, ci ferma e ci ripete accuratamente quanto durerà la sosta e a che ora ripartirà l'autobus. Al momento di risalire, non appena tutti hanno ripreso il proprio posto, con lo sguardo cerca noi. Forse è soltanto un'impressione ma credo che il bigliettaio si senta responsabile, considerandoci due turisti un po' disgraziati per essere finiti lì.

Stiamo percorrendo una strada terribile, tutta curve a strapiombo, stretta; ogni tanto incrociamo camion ribaltati con ancora le ruote in movimento e le luci accese. Sembra un far west! A un semaforo il nostro autista rallenta per fermarsi e urta una motocicletta ferma al rosso. Accanto c'è un poliziotto che se la prende con il povero motociclista che sta ancora rialzando il suo mezzo da terra: doveva spostarsi perché arrivava un autobus, arrivava un veicolo più grande. In India il codice della strada è regolato dalla legge del più grosso; ne consegue che una moto deve dare la precedenza a un autobus, anche spostarsi se è d'intralcio. Immaginatevi quanto conta il pedone in questa gerarchia. Attraversare le strade delle grandi metropoli indiane è come giocare alla roulette russa: prendi fiato e vai, tanto nessuno si fermerà a darti la precedenza.

«Non ci posso credere! Si ferma un'altra volta!» esclama Graziano incredulo.

«Meno male, devo fare pipì» dico ridendo.

Alla discesa solite raccomandazioni dal bigliettaio che stavolta ci illustra anche com'è fatta la zona ristoro della fermata in questione. Mi dirigo dritta in bagno, entro nel primo ed esco disgustata. C'è la turca anche qui e, proprio al centro, un grosso bisognino che l'artefice non ha provveduto a far scivolare nello scarico. Nel secondo e terzo bagno è anche peggio; mi trovo quindi a dover scegliere il bagno meno sporco fra lo sporco. E pensare che a indicare la toilette femminile c'è una bellissima immagine di donna dipinta sul muro.

Sembra incredibile ma siamo arrivati. L'autista, sempre lo stesso da diciotto ore, imbocca l'entrata della stazione degli autobus di Mangalore abbastanza in orario, anche se nessuno ci aveva detto precisamente a che ora saremmo arrivati. Dopo aver salutato praticamente tutti i nostri compagni di viaggio e naturalmente il bigliettaio, contento di averci portato a destinazione sani e salvi, scendiamo.

C'è il sole, ho voglia di lavarmi la faccia e mi dirigo in bagno. Viaggiare senza i finestrini per le strade sterrate dell'India ti regala la sindone del tuo volto sull'asciugamano. Capisci allora che devi lavartelo ancora e ancora. Intorno a me ci sono tantissime donne, ragazze e bambine tutte intente a lavarsi i denti. Mi colpiscono i gesti eleganti e regali che riescono a compiere in uno squallido gabinetto pubblico di una stazione degli autobus. Sembrano nel bagno della corte del Maraja, con i loro variopinti sari indosso. Indubbiamente quella peggio vestita e col volto più segnato dal viaggio sono io; d'altronde l'unica ad aver percorso tutta la tratta di diciotto ore. Alcune di loro sono montate appena fuori dal centro: sono studentesse, a giudicare dai libri che portano in borsa. Una alla volta mi sfilano davanti uscendo dal bagno, rimango inebriata dal profumo dei loro capelli. Niente di trascendentale, solo ammirazione verso il mio stesso sesso, verso tanto esotismo.

Raggiungo Graziano seduto su una panchina con in mano un asciugamano di cui non si immagina più il colore originale.

«Sei riuscito a lavarti la faccia? O sei rimasto ucciso dalle polveri sottili che si sono sprigionate mentre strofinavi?»

«Mamma mia come sono sporco. Voglio fare una doccia!»

«Beh, dovrai aspettare ancora fino a stasera; a proposito, a che ora abbiamo il treno?»

Così dicendo ci mettiamo a controllare orari e biglietti; facciamo un piccolo inventario dei nostri bagagli; meditiamo sull'assegno della banca di Singapore e Shanghai, soprattutto su dove poterlo cambiare. Il treno parte quasi alle 15:00, perciò abbiamo un po' di tempo per visitare la città.

Facciamo un giro senza una meta precisa, decisi a vedere solo quello che ci troviamo davanti andando verso la stazione. A differenza della tratta intermedia a Bangalore, anche se malaticcia, adesso siamo stanchi e non abbiamo chiuso occhio per tutta la notte. Decidiamo quindi di entrare nella stazione e rilassarci da qualche parte mentre attendiamo il treno.

All'interno è tranquillo e ci sono solo poche persone in attesa; qualcuno alla biglietteria; facchini che caricano e scaricano merci; pecore che brucano l'erba direttamente fra i binari. Troviamo una panchina e tiriamo fuori le carte; non avevamo ancora avuto nemmeno il tempo di ricordarci che ce l'eravamo portate dietro. Giochiamo a Ramino e dopo un po' siamo accerchiati da decine di curiosi che hanno smesso di lavorare, comprare biglietti e persino prendere il treno per guardare noi e il nostro gioco.

Si alternano alle nostre spalle per vedere a entrambi le carte, cercando di capire le regole. Osservano le mosse con molta attenzione; qualcuno inizia a intuire il gioco non appena mettiamo giù scale e tris. Graziano, che di solito mi straccia sempre, stavolta perde miseramente una partita dietro l'altra, suscitando ilarità fra i nostri spettatori che, neanche a farlo apposta, sono tutti di sesso maschile. Finalmente arriva il treno, salutiamo il nostro pubblico, anche se a dire il vero parecchi se ne sono già andati, saliamo e cerchiamo i nostri posti. Non ricordo altro a parte aver incatenato gli zaini sotto i sedili, essermi seduta e aver chiuso gli occhi.

 

Tratto da L'India in Sleeper Class

 

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