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Prima di iniziare a raccontarvi della Thailandia, dei posti che abbiamo visto, di dove abbiamo dormito e mangiato, di come ci siamo spostati, vorrei raccontarvi di quello che mi rimane addosso quando torno.

Cinque settimane on the road con due bambini non sono state uno scherzo e più di una volta mi sono trovata a pensare che l'anno prossimo non ci ricascherò: "prenoto un bell'alberguccio da qualche parte in zona e non mi schiodo da lì". Addirittura sono arrivata al punto di dire a mio marito che, se mi rivede al computer che cerco voli per l'altra parte del mondo, deve impedirmelo.

Ma ho dimenticato una cosa. Mentre ero lì a maledire il momento in cui ho rispolverato lo zaino, stavo crescendo e con me crescevano anche i miei bambini. Mentre ero lì stavo facendo quello che io voglio fare, quello che mi rende la persona che sono, quello che credo sia la scuola migliore per i miei figli, quello che ci rafforza e ci unisce come nessun'altra cosa.

Affrontare le sfide che un viaggio simile comporta non è cosa da tutti, non tutti hanno voglia di sbattersi a destra e a manca per così tanto tempo, così lontano da casa, e per di più con due bambini piccoli al seguito. Ma non vorrei sembrarvi presuntuosa: ho sempre detto che ognuno fa ciò che è nelle sue corde; del resto io non potrei mai chiudermi in un bell'alberguccio come dicevo sopra. Perché quello che voglio in fondo è questo: voglio stancarmi, trovare da sola dove dormirò la notte, crearmi il viaggio passo dopo passo senza le interferenze di nessuno, camminare per un po' e poi decidere anche di cambiare strada, fermarmi perché lì mi piace e un attimo dopo decidere di ripartire perché invece lo detesto.

Questa volta però è stato più impegnativo perché i miei figli stanno crescendo e, soprattutto il primo, non è più il bimbo tenero che portavamo in giro in India e in Vietnam, mascotte di tutti i passanti, felice e contento di trovare patatine fritte e coca cola a cena. Ora è un piccolo viaggiatore che fa delle domande, che nota delle cose, che si fa un'opinione precisa su quello che vede. Se finora ho creduto che fosse complicato viaggiare con un bimbo piccolo è perché ancora non avevo fatto i conti con questo aspetto. Sento una responsabilità ancora maggiore rispetto a prima, quando dovevo preoccuparmi solo che mangiasse e stesse in buona salute.

Adesso ho un compito molto più difficile: quello di spiegare realtà diverse dalla nostra, e i miei comportamenti di fronte a determinate situazioni. Ad esempio per la prima volta, nonostante siano cose che faccio sempre quando sono in viaggio, ho dovuto spiegare a mio figlio perché contratto sul prezzo al mercato o prima di salire su un tuk tuk, ma anche perché non compro nulla dai bambini e perché non faccio l'elemosina. Credetemi, non è stata una cosa semplice. Vedere i suoi occhi che quasi quasi non ti riconoscono e sentirti dire: "ma come mamma, dici sempre che i più indifesi vanno aiutati, che tutti dovremmo avere le stesse possibilità e poi non compri niente da quel bambino?". Allora spieghi il perché delle tue azioni e gli dici cosa invece farai in alternativa. Ma è difficile credetemi, lì per lì è complicato spiegare la povertà a un figlio. Cerchi le parole giuste e te ne viene in mente solo una: gratitudine. Pensi solo che l'unico modo di spiegare perché quel bambino dorme sulla brandina accanto alla bancarella della mamma, oppure perché quell'altro si occupa di governare le bestie in uno sperduto altopiano del nord, è che nessuno merita per diritto di nascita una vita piuttosto che un'altra. Nel momento in cui cadiamo sulla Terra è come se girassimo la ruota della fortuna. Ho visto negli occhi di mio figlio per la prima volta il senso di colpa, proprio come successe a me. Però non è giusto che lui si senta così, ma non va neanche bene che dia per scontate tante cose. La giusta via di mezzo sta nella consapevolezza delle possibilità a cui ha avuto accesso solo perché nato in situazioni diverse da tanti bambini che invece devono lavorare, in Thailandia come in Italia, come in tutto il mondo ormai.

Vorrei che lui fosse consapevole delle opportunità che può avere semplicemente andando a scuola, facendo sport, giocando con gli amici. E più di mille discorsi vale un viaggio che ti permette di vedere in presa diretta, senza filtri, realtà diverse dalla tua, per tornare a casa con gli occhi pieni tanto di meraviglia quanto di sdegno, e il cuore pieno di gratitudine. Ecco, è questo che mi rimane addosso quando torno a casa.

 

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