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Sapevamo che prima o poi sarebbe toccato anche a lei, che non avremmo potuto continuare troppo senza aver mai messo piede in Thailandia. Devo ammettere che abbiamo sempre un po' lasciato da parte questa destinazione, forse perché la consideriamo già troppo avanti rispetto ai nostri standard, che però si sono dovuti ridimensionare da quando siamo genitori.

 

 

Ed è proprio per questo che c'è sembrata la scelta migliore per affrontare un viaggio a lungo raggio per la prima volta da quando la famiglia è cresciuta. La nostra preoccupazione più grande era come fare a tenere buono il piccolo di tre anni che sì, ha già volato altre volte, ma mai per così tante ore. Inoltre ci preoccupava anche il fatto che poi, una volta a destinazione, di certo non ci aspettava una vacanza casa – spiaggia, ma un viaggio.

Invece devo ammettere che le nostre preoccupazioni erano infondate, soprattutto per le ore di volo; anche grazie allo stopover notturno che abbiamo speso dormendo in un albergo dell'aeroporto di Helsinki, invece che in giro per la città. Perciò, quando siamo saliti sull'aereo per Bangkok era come se il viaggio iniziasse in quel momento: soltanto sette ore e non più dieci ci separavano dalla meta.

Atterriamo alle sette del mattino, un orario veramente infame perché la luce del giorno appena usciti del monocromatico ambiente aeroportuale è un vero schiaffo in faccia. Poi perché è un giorno perso, che trascorrerai più in albergo che fuori, soprattutto perché se i tuoi figli si addormentano non puoi mica obbligarli a uscire?! Però bisogna pur mettere qualcosa sotto i denti; perciò facciamo due passi fino a sederci in un ristorante che, vista la zona dove siamo non proprio turistica, ci rimpinza bene bene per poco più di 170 Baht (4 €). Sazi e felici perché l'incontro dei nostri figli con il cibo thailandese è stato un successo, facciamo un giro nel quartiere che mette in fila botteghe di lavanderia e officine per le moto, bancarelle che vendono prelibatezze e un merlo indiano chiacchierone per la gioia di tutti.

E' la sera però che inizia il nostro nuovo viaggio in Asia dopo quattro anni di assenza, e inizia nel migliore dei modi, salendo su un autobus pubblico. Arriviamo alla fermata che c'è vicino all'albergo e chiediamo alle persone lì ad aspettare quale dobbiamo prendere per il centro. Dopo una prima esitazione e qualche sorriso divertito - che in Asia è una prassi, in Thailandia poi non ne parliamo – ecco che due ragazze si fanno avanti e ci suggeriscono un numero. Neanche a dirlo che si scatena subito il dibattito dove ognuno deve dire la sua e anche chi non ci filava proprio, adesso sente di dover mettere bocca perché solo lui conosce l'autobus giusto. Quello è l'inizio del divertimento per me, quello è un “bentornata da queste parti Francesca! Ti ricordi di noi?”

 

 

Finalmente ecco l'autobus, sgangherato quanto basta...in fondo è la prima sera, meglio non esagerare. A bordo siamo rinfrescati dall'aria che entra dai finestrini, naturalmente senza vetri, cullati dai colpi di gas che l'autista dispensa sull'acceleratore, e il rumore ridondante del motore quando passa da una marcia a un'altra.

Fuori sfila una città frenetica che alterna enormi centri commerciali a mercati, ristoranti, fast food e bancarelle. La costante di questi vari scenari è la gente: tanta, ovunque e giovane, per come appare a chi vive in una nazione vecchia. Da queste parti ho sempre la prima impressione che gli anziani non esistano!

Il miscuglio di persone intente a mangiare, di ragazzi che parlano tra loro, di bambini capricciosi in braccio alla mamma, di coppiette che cercano invano un po' di intimità, di macchine che non trovano pace e di tuk tuk sfacciati che si infilano dappertutto, ad un tratto si accorge di noi. Vede affacciati ai finestrini due bambini pieni di stupore per lo spettacolo che, senza sapere, sta offrendo. E quindi cosa fa? Saluta con una gioia autentica negli occhi, che esplode in risate quando i bimbi ricambiano contenti. Per questo adoro così tanto prendere i mezzi pubblici invece dei taxi.

E' una confessione che faccio al paese dove sono ospite che dice "eccomi qua, insieme alle persone più care che sto bussando alla vostra porta. Se mi lascerete entrare allora sarò una persona fortunata".

 

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