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Quando ci troviamo di fronte un aereo con le eliche ci scappa un mezzo sorriso. Certo, le piste da quelle parti saranno piccole e anche un bimotore potrebbe avere difficoltà ad atterrare, la sorpresa più grande però non è stata certo alla partenza ma all'arrivo, quando scendiamo dalla scaletta e troviamo delle persone in fila ad aspettare l'aereo - il nostro - come se fossero alla fermata dell'autobus, manca solo la pensilina.

 

“Ecco dove saremo tra una settimana, penso. Una settimana: è questo il tempo del nostro viaggio in Indonesia con bambini che abbiamo scelto di dedicare alla scoperta di Komodo, per prendercela comoda e senza stress, e anche perché facendo un giro un po' più largo abbiamo speso un terzo che partendo in aereo da Bali.

Mentre aspettiamo al nastro gli zaini ci sembra di essere gli unici occidentali su quel volo Lombok – Bima, ma ci sbagliamo. In realtà c'è un'altra giovane coppia che, come noi, viene invitata dalla polizia a registrarsi presso un anonimo sportello dove, un agente nella sua uniforme color cachi, ci chiede i passaporti, compila un registro dalle pagine ingiallite e ce lo fa firmare. Una specie di libro degli ospiti. Leggo qualche riga sopra le nostre: ci sono turisti di tutte le nazionalità, parecchi europei, molto diluiti nel tempo. In effetti questo itinerario non è proprio immediato, neanche il più gettonato per raggiungere Flores, ma scopriremo in seguito essere molto più avventuroso. E come sempre accade in questi casi, ci ritroviamo con Cristine e il suo ragazzo a cercare un taxi insieme per raggiungere Sape, perché è da lì che salpano i traghetti pubblici per Labuan Bajo da dove poi sarà possibile organizzare un'escursione – si spera a prezzi più contenuti di quelli trovati online dall'Italia – per raggiungere Komodo. Eh sì, viaggiare con i bambini è bello ma fa lievitare i costi e bisogna ingegnarsi.

Il nostro taxi inizia a muoversi costeggiando la laguna di Bima che dà come l'impressione di essere su un lungo lago piuttosto che al mare. Con i due ragazzi francesi è subito sintonia, come sempre accade in queste situazioni, dove ti conosci, ti piaci o ti odi in un battito di ciglia: è il viaggio.

Già che ci siamo e che ormai i nostri programmi sono chiari, iniziamo a scambiarci qualche impressione su questi traghetti pubblici, soprattutto perché loro hanno già fatto alcune traversate e io posso esternare tutte le mie perplessità con la speranza di trovare conforto: cerco qualcuno che mi dica stai tranquilla Francesca, sono mezzi più che affidabili. E questo in effetti succede; peccato solo per la musica di sottofondo che il nostro autista ha scelto per l'occasione, ovvero la canzone di Titanic. Quando me ne accorgo e lo faccio notare agli altri anche lui scoppia a ridere.

Con ancora le lacrime agli occhi mi volto a guardare i bambini che dormono incastrati tra gli zaini sui sedili ricavati dal porta bagagli. Intanto la macchina prosegue arrampicandosi tra colline ammantate di verdi risaie belle quanto quelle viste a Bali e senza turisti ad ammirarle, solo qualche scimmia sul ciglio della strada.

 

 

Sape è un non luogo; è uno di quei posti che dire essere di passaggio non rende l'idea; è una strada sterrata percorsa da carretti trainati da cavalli, con un paio di locande, un paio di alberghi e il porto dove si consuma un via vai quotidiano fatto di persone, pacchi e capre che mangiano ovunque ci sia un cumulo di immondizia.

Scegliere la stanza non è stato quindi molto complicato: un albergo puzzava di muffa, mentre l'altro non era proprio uno specchio. Scegliamo il secondo perché offre una vista tanto bella quanto pericolosa sulle palafitte, e perché abbiamo con noi i proverbiali sacchi lenzuolo che a dire il vero era dal bivacco nel deserto del Marocco che non tiravamo fuori, tanto da cominciare a pensare di non portarli più, e invece...

Dopo una notte passata dormendo come sassi, di buon mattino sono alla biglietteria del porto; il giorno prima i biglietti non te li vendono nemmeno se piangi in cinese e questa cosa fa tanto isole Andamane, dove anche lì vigeva questa regola. E non è solo questa occasione a farmi ripensare spesso all'India, è proprio tutto il viaggio - il tipo di viaggio - e noi incastrati tra aerei a eliche, hotel da incubo e puzzolenti traghetti ci stiamo alla grande. Pure i bambini, che non hanno fatto una piega né davanti al piatto di riso e pollo ordinato a gesti la sera prima; né quando li abbiamo infilati nei sacchi lenzuolo; né quando si sono dovuti fare la doccia all'indonesiana, ovvero a secchiate d'acqua, fredda per giunta; né tanto meno la mattina quando siamo saliti su un traghetto che non si è deciso a salpare prima di tre ore. Tre ore che sono state a malapena sufficienti ad accogliere tutti i miei improperi quando mi sono accorta che mi avevano fregato il Kindle sicuramente durante il transito aereo, perché l'avevo lasciato nella tasca sopra dello zaino, imbarcato poi in stiva. Brava Francesca!

Meno male che il problema si ridimensiona non appena un gruppo di bambine impiegate nella vendita di pasti a bordo - suppongo dalle madri che invece vendevano all'esterno - si siede con i miei figli a colorare, usando pennarelli e album che non dovrebbero vedere tanto di frequente. Ci accorgiamo proprio grazie a loro che l'attesa infinita di partire sta sfumando tra un'ultima corsa che fanno tra la gente, gli zaini e le borse per cercare di vendere finalmente quei pasti che sembra proprio non volere nessuno.

 

 

Un tempo i traghetti fermavano anche a Komodo; adesso invece passano solo al largo di questa isola un po' mitologica e perciò bisogna farsi tutte le cinque o sei ore di navigazione. Non vi preoccupate che quando le passerete davanti ve ne renderete subito conto: tutta la gente si alza e va sul ponte per scattarsi una fotografia con dietro quest'isola che sembra quasi la groppa di uno dei draghi che vivono lì, brulla e bruciata dal sole, all'apparenza inospitale ma allo stesso modo affascinante.

A noi – come del resto a tutti i turisti presenti – è stato venduto un biglietto di prima classe e sediamo in una sala con poltrone e divanetti imbottiti, tavolini circondati da sedie girevoli, materassini appoggiati al muro che poi diventeranno il letto di qualcuno, anche sotto i vostri piedi se lo spazio scarseggia, un televisore e un grosso cartello con scritto vietato fumare che però a quanto pare non è abbastanza grande. Indisciplinati indonesiani! Fumano anche sotto il divieto ma appena glielo facciamo notare senza storie se ne vanno, e non è scontato.

 

 

Oltre le porte perennemente spalancate, tante panche di legno scuro occupano buona parte del ponte coperto, che suppongo sia la seconda classe. Seduta per terra davanti alla prima fila, una donna ha esposto frutta, verdura e qualche snack, tipo banco del mercato e vende così le sue mercanzie, a pochi metri dal personale della nave che invece sta dietro il bancone del bar, senza scomporsi. Una specie di vivi e lascia vivere che solo a queste latitudini può esistere; da noi sarebbe una guerra. Anche nei locali e nei ristoranti è così: se tu hai una bottiglia d'acqua nello zaino, puoi tranquillamente metterla sul tavolo per berla, al limite puoi chiedere che ti portino un bicchiere e finisce lì. Ogni tanto qualche scarafaggio incurante di questa divisione, scorrazza tra la prima e la seconda classe, per poi sparire infilandosi sotto qualcosa.

Al piano di sopra sono disponibili per 100 rupie, alcune cabine con letti di legno e materassini che ho sbirciato dagli oblo e che francamente non mi hanno fatto una gran gola. C'è anche una cucina condivisa da cui esce un perenne odore di soffritto e la stanza per le preghiere. I bagni invece sono solo al piano di sotto ed è meglio entrarci con le scarpe chiuse.

Ogni volta che facciamo un passo per star dietro a nostro figlio più piccolo - che a quanto pare ha intenzione di disegnare la mappa dettagliata del traghetto - qualcuno ci ferma per fotografarlo insieme ai suoi: non se ne vedono tanti di bambini biondi a bordo e l'occasione è troppo ghiotta.

Nonostante le più nere previsioni di inaffidabilità mista a noia per questa traversata, ecco che il fischio della nave ci annuncia che stiamo entrando in porto. Flores ci siamo. Labuan Bajo, quel nome letto per tanti mesi sulla cartina, d'un tratto è diventato reale e sta lì davanti a noi.

Basta solo scendere.

 

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