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Dalla porta della cabina la scia della luna che sta tramontando sull'acqua mi colpisce dritta in faccia. La barca inizia a muoversi piano. Quanto navighiamo di preciso non lo so; ho troppo freddo per salire sul ponte.

E' difficile riuscire a riprendere sonno col rumore del motore ma alla fine credo di esserci riuscita. I bambini dormono come se niente fosse e questo mi basta a rimanere in branda anch'io, mentre il chiarore dell'alba inizia a ridefinire i confini delle isole che ci scorrono accanto.

Attracchiamo a un enorme pontile di cemento, eredità del periodo in cui i traghetti pubblici fermavano anche qui, prima di passarci solo lontanamente vicino come fanno adesso: siamo a Komodo!

 

 

Senza fretta ma consapevoli del fatto che prima scendiamo, più possibilità avremo di vedere tanti draghi, facciamo colazione e salutiamo il nostro equipaggio. Percorriamo il lungo pontile tra la luce ovattata dell'alba, che si fa sempre più densa di imbarcazioni che entrano nella baia. Allungo il passo per raggiungere la mia famiglia e fare subito i biglietti: non voglio troppo scalpitio di altri passi davanti ai nostri.

Questa volta, a differenza dell'isola di Rinca, la biglietteria è appena dopo la spiaggia. Scegliamo il trekking di un paio d'ore illustrato dalla nostra guida e partiamo alla scoperta dell'isola. Anche qui, la nostra unica arma di difesa sarà un bastone con la punta biforcuta.

Ci addentriamo subito nel bosco puntellato da cespugli salmastri che diventano alberi verdi man mano che ci lasciamo la spiaggia alle spalle. Incontriamo subito un drago che sta immobile proprio al di là del ponte che dovremmo passare. Sarà l'esemplare più lungo che ci capiterà di vedere in questi due giorni, e la cosa si capisce al primo sguardo. Misurerà più di due metri e mezzo, disteso ma vigile nella classica posa da cartolina che per un po' mantiene, fin poi ad alzarsi sulle zampe quasi sbuffando per scendere lungo il letto di un fiume secco. Avrà pensato “si comincia!” e conscio del via vai di persone che si sarebbero susseguite per tutto il giorno, si dà alla macchia!

 

 

Qui è tutto più grande rispetto a Rinca, esemplari compresi, e potendo partecipare a un trekking di due giorni secondo me si farebbero avvistamenti da urlo. Magari la prossima volta...

Seguiamo il sentiero tra macchie di vegetazione che nascondono cervi guardinghi; uno di loro ha un brutto morso sulla gamba posteriore e fa molta pena sentire i suoi lamenti, mentre un gruppo di draghi aspetta serafico che l'animale cada a terra.

Camminiamo tra alberi che ospitano orchidee selvatiche e tu ripensi alle piante striminzite che hai a casa, che di rado rifioriscono e mai in cascate colorate come queste.

 

 

Più avanti la nostra guida trova un albero di tamarindo e ce ne fa assaggiare un po'. Ditemi che non sto sognando, che veramente siamo riusciti ad arrivare fin qua, dopo un inverno intero a pianificare un viaggio desiderato da sempre.

Torniamo alla nostra barca. Guardo i miei figli e cerco di immaginare cosa stanno pensando, se un giorno torneranno qui da soli e se ricorderanno questa giornata. Ti prende sempre un po' di malinconia quando sai che saluterai un posto dove non tornerai più, perché il mondo è troppo grande e troppo affascinante perché tu ne veda solo una parte.

 

 

Il nostro equipaggio ci ha preparato uno spuntino mentre giriamo intorno alla baia fino a raggiungere la Pink Beach, la spiaggia rosa dell'isola di Komodo. La colorazione della sabbia è data dalla presenza di foraminiferi, organismi unicellulari ricoperti da un guscio di colore rosso che, sgretolandosi, si mischia con la tipica sabbia bianca corallina e colora tutto di rosa.

 

 

Al solito mio figlio è già pronto con la maschera pigiata in fronte, a lanciarsi dalla barca in un mare che lascia intravedere già dalla superficie lo splendore dei suoi coralli; una sfavillante coreografia di pesci coloratissimi che ci nuotano intorno. Ma è raggiunta la spiaggia che si ha la sorpresa più bella, quando il turchese dell'acqua per un attimo si tinge di rosso, fino a incontrare il rosa della sabbia che sfuma al bianco accecante sotto le mangrovie. Pare che esistano soltanto sette spiagge al mondo dove è possibile osservare questo fenomeno.

 

 

 

Invertiamo la rotta. Si torna verso Labuan Bajo ma prima c'è un'altra isola che dobbiamo vedere: la meravigliosa Kanawa. Facciamo un passaggio a Manta Point ma non abbiamo fortuna con gli avvistamenti e di scendere sott'acqua non se ne parla, siamo troppo in mare aperto e con un bambino non è il caso; inoltre siamo semplicemente in costume e, la prossima volta che faremo un viaggio dove sono previste tante sessioni di snorkeling, a costo di lasciare a casa dei vestiti, ci porteremo dietro la muta.

 

 

 

Quando finalmente arriviamo a Kanawa, il capitano ci raccomanda di passare dal pontile per arrivare a riva e poi da lì entrare in acqua. Peccato che, mentre ancora me lo stava dicendo, mio figlio si è già tuffato tra le barche ormeggiate. Lo seguo fino al punto dove non ce ne sono più e capisco anche perché: i coralli sono talmente tanti e talmente affioranti che non c'è verso arrivare a riva senza tagliuzzarsi tutti. Rimaniamo un po' lì, meravigliosamente incastrati a goderci lo spettacolo coloratissimo e baciato dal sole di questo giardino sommerso, facendo attenzione agli aculei dei ricci che misureranno anche trenta centimetri!

 

 

Torniamo a bordo, prendiamo il pontile e arriviamo alla spiaggia. Il resto della famiglia è già lì che sguazza tra una moltitudine di stelle marine dai colori e dai motivi mai visti prima. Bisogna letteralmente guardare dove si mettono i piedi per non pestarne qualcuna da quante sono. L'acqua è trasparente, calda e bassissima e per raggiungere la barriera corallina bisogna camminare un po'.

Saremmo voluti rimanere lì per sempre ma purtroppo il sole sta tramontando e dobbiamo rientrare. Domani raccoglieremo le nostre cose e saliremo di nuovo su un traghetto che ci riporterà indietro, verso nuove, incredibili avventure. E' il viaggio.

 

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